Le arti e le Vie nella cultura giapponese.


Prof. Aldo Tollini

Presentato a Fai della Paganella in data 7 settembre 2013
In occasione del Summer Bonsai Festival 2013

Premessa

Oggi il bonsai è praticato largamente fuori del Giappone, sua patria di origine. Il modello di riferimento culturale e tecnico del bonsai è la lunga e grande tradizione giapponese della coltivazione delle piante in vaso. Oggi, sempre più spesso, maestri giapponesi vengono a insegnarci le tecniche di coltivazione e l’estetica del bonsai. Tuttavia, nella secolare tradizione culturale giapponese, le varie arti, tra cui anche il bonsai, hanno subito modificazioni molto appariscenti. Spesso arti nate da motivazioni prettamente spirituali, hanno finito per diventare oggetto di manie collezionistiche, o peggio, oggetto di guadagno economico. In Giappone stesso, può succedere che il vero spirito originario di un’arte sia offuscato da interessi poco spirituali e la tradizione che di là ci viene tramandata si limiti agli aspetti tecnici e alle conoscenze strumentali. Poiché io mi occupo di tradizione culturale giapponese e sono appassionato della sua cultura artistica e spirituale, oggi voglio presentarvi l’aspetto del bonsai (e più in generale dell’arte giapponese) intesa nella sua forma più pura… quella della Via.

1. Il bonsai è un’arte. Lo sappiamo tutti, e in quanto arte ognuno di voi si dedica alla pratica di far crescere e rendere artistica, cioè bella, una pianta. Quindi, noi in Europa diciamo che il bonsai è un’arte, e quando diciamo arte accomuniamo il bonsai alle altre arti: pittura, scultura, ecc. L’ikebana è l’arte della disposizione dei fiori, e il bonsai è l’arte del …. come potremmo dire? forse della coltivazione artistica delle piante. Comunque, dicendo “arte” facciamo riferimento a un concetto tipicamente occidentale. Per noi europei, in particolare per noi italiani, l’arte è un concetto molto pregnante e ben definito. Tuttavia, la parola “arte” che noi usiamo qui, può non corrispondere esattamente alla concezione giapponese, dove il bonsai è nato e si è sviluppato. In altra occasione ho avuto modo di parlare della differenza tra la parola occidentale di arte e le due parole che in giapponese le corrispondono: bijutsu e geijutsu. Per non ripetere qui quanto già detto, riassumo dicendo che bijutsu è una parola introdotta nell’800 in Giappone per rendere la parola ART inglese, cioè “arte”, in senso stretto. Quindi l’arte occidentale è bijutsu. Tradizionalmente, invece la parola che indicava la manifattura di oggetti con valore artistico era geijutsu. Potremmo dire che bijutsu è “arte per l’arte”, godimento estetico, produzione fine a se stessa. Nasce dall’ispirazione, dall’originalità, dal desiderio di esprimersi e di creare bellezza. Mentre, geijutsu è creazione con un fine, creazione utile. Bellezza da essere usata nella vita. Artigianto di alto livello. GEI originariamente significava 1. Allevare vegetali. Piantarli e farli cescere. Da cui ENGEI l’arte del giardinaggio. 2. L’azione di intervenire sugli elementi della natura dando loro una forma piacevole. L’azione dell’uomo sulla natura. 3. Tagliare e togliere In Giappone, quindi il bonsai è coerentemente considerato non bijutsu, ma geijutsu.

2. Tuttavia, trattando dell”arte” in Giappone, la questione non finisce qui. Infatti, l’arte in Giappone, in particolare il geijutsu, cioè “l’abilità nel produrre cose artistiche”, che richiede in primo luogo conoscenza tecnica e lunga esperienza o apprendistato (non strettamente richiesta, invece, nel caso del bijutsu), conduce ancora più in là. Conduce alla concezione della Via, o michi, o dō 道. La Via (con la V maiuscola) in Oriente, per dirla semplicemente, consiste nella ricerca del perfezionamento. Il quale può essere duplice: riguardare la forma esteriore, o riguardare l’interno dell’uomo. Questi due perfezionamenti, però sono in quialche modo legati tra di loro. Intanto la ricerca del perfezionamento esteriore riguarda la capacità, soprattutto tecnica, di dare forma perfetta all’opera che si esegue. Nel caso del bonsai, riguarda la capacità di dare una “forma perfetta” alla pianta. Ma cosa significa in Giappone dare “forma perfetta” a una pianta? Qual è la “forma perfetta”? Sicuramente il significato è diverso da quello che potremmo intendere in Occidente, e quindi è importante capire questo aspetto. Qui entrano in gioco i concetti di “natura”, “naturalità”, “perfezione” e “imperfezione”. In parole semplici, seguire la natura è “naturalità”, vedere le forme della natura e imitarle. Tuttavia, l’azione dell’uomo non si limita a questo perché il GEI deve comportare la ricerca della perfezione: quindi alla base dell’azione del bonsaista c’è la ricerca del “perfezionamento della natura”. In altre parole, esprimere nella forma la massima perfezione possibile raggiungibile dalla natura, quindi la natura nella sua massima espressione di perfezione. Il limite è comunque la “naturalità”, che è – o dovrebbe essere!- il limite invalicabile. Detto diversamente, il bonsai deve rappresentare la natura in una sua forma possibile, mai impossibile! L’azione dell’uomo consiste nel perfezionare la natura, mai di travalicarla. Questo dovrebbe (!!) esssere l’ideale del bonsai. Le forme impossibili della natura, cioè letteralmente ASTRATTE, non dovrebbero essere presenti nel bonsai. L’azione dell’uomo non deve stravolgere la natura, ma restando nell’ambito della “naturalità”, portare la natura al suo massimo di perfezione. Questo è la Via del GEI. L’altro aspetto è quello interiore. Il quale è un percorso di perfezionamento di sè e nasce nell’ambito prettamente del Buddhismo, e specificatamente dello Zen, dove il praticante con la guida di un maestro spirituale, si dedica per lungo tempo al proprio perfezionamento spirituale. “Via”, quindi è un percorso che vuole condurre all’abbandono delle passioni terrene, delle illusioni, per giungere alla comprensione della vera natura propria e della realtà. Una volta giunti in quella dimensione si è liberi dalle costrizioni e dagli attaccamenti che da noi stessi ci eravamo follemente creati. In questo senso, dico che Via è il percorso di perfezionamento di sè: non tanto nel senso di acquisire nuove capacità e abilità, ma di smantellare la sovrastruttura che ci costringe (in senso letterale) e comprendere che essa non serve ed è illusione. Cos’ha a che fare la Via con l’arte? In Giappone, e in Oriente molto. Infatti molto spesso le grandi “arti” (GEI) finiscono per assumere le connotazioni della Via. Detto in modo semplice, la pratica di un’arte (sempre nel senso di geijutsu) viene a coincidere, se fatta appropriatamente, con la pratica del perfezionamento di sè. La pratica dell’arte è una ricerca della bellezza, della perfezione delle cose, degli oggetti della natura, ma può diventare, allo stesso tempo, anche la ricerca della perfezione interiore. In poche parole, la ricerca della perfezione esteriore conduce al raggiungimento della perfezione interiore. Tra esteriorità e interiorità vi è sempre un rapporto diretto. La pratica di un’arte, se praticata correttamente e con passione, diventa nella vita quotidiana un modo di vivere ispirato a quest’arte, alla ricerca della perfezione. L’arte diventa una Via, quando la sua pratica non si ferma alla sola produzione del prodotto materiale, ma quando questo persorso di ricerca della perfezione si accompagna al risvolto interiore. Insomma, quando l’arte ci cambia e cambia la nostra vita. Allora diventa una Via. L’arte come Via si sviluppa attraverso una severa pratica e training che riguarda sia la “tecnica” dell’arte, sia lo sviluppo di una dimensione etico-spirituale. L’abilita’ tecnica, ossia la capacità di creare opere d’arte viene direttamente collegata alla dimensione interiore. E’ da essa che scaturisce l’arte e si manifesta la Via.In Giappone con la parola GEI di geijutsu si costruiscono varie parole composte. Tra queste vi è yūgei 遊芸 che letteralmente significa “arte dell’intrattenimento, arte del divertimento”. Con questa parola si distingue tra yūgei, e GEIDō 芸道 la “Via delle arti”. Un’arte si può praticare per divertimento, per piacere (yūgei), oppure la sua pratica può comportare un obiettivo più profondo, spirituale (geidō).

3. Nel periodo medievale in Giappone (XIV – XVI secoli), le varie forme dell’arte e il loro perseguimento assunsero una connotazione prettamente spirituale ed ebbero la tendenza a essere considerate come Vie che conducono alla realizzazione della perfezione. Questa “spiritualizzazione dell’arte” ebbe come ispiratore il Buddhismo Zen che in quel periodo raggiunse la sua massima fioritura ed esercitò una grande influenza culturale e artistica. Il rinnovamento buddhista nato nel XIII-XIV secolo si completò nei secoli successivi portanto a maturazione quei frutti che aveva seminato, ricollocando, attraverso il desiderio di salvazione, la spiritualità al centro della pratica religiosa. La ricerca delle profondità spirituali, la spinta oltre la dimensione umana, il desiderio di superare la fragilità dell’impermanenza favorirono e stimolarono il perseguimento di una dimensione più alta nelle forme artistiche che furono viste e praticate in vista non del puro godimento estetico, ma come percorsi che portavano oltre la miseria dell’esistenza umana. In quanto piacere ed apprezzamento del bello, l’arte riportava continuamente alla dimensione dell’esistenza e alla sua fragilità, mentre nelle sue forme più elevate, aveva la capacità di condurre in una sfera ideale e idealizzata. Per questo motivo, molte arti presero a essere definite Vie, aggiungendo il suffisso dō o michi (道), a indicare che quella tale forma artistica era considerata e praticata per la sua capacità a condurre a raggiungimenti spirituali. Così si incominciò a parlare di sadō 茶 道, la Via del Tè, kadō 歌道, o Via della poesia, Nō no michi 能の道, la Via del Nō, kadō 花道, la Via dei fiori, e così via. L’arte assunse questa doppia valenza: estetica da una parte, spirituale dall’altra. Il frutto dell’esperienza spirituale venne applicato alla Via dell’arte dove si ritrovano in modo evidente tutti i principi che ispirano il percorso spirituale. Quindi, illuminazione e supremo apprezzamento estetico sono due aspetti complementari e inscindibili. Attraverso l’arte si può giungere alla maturazione spirituale e perfino all’illuminazione, e percorrendo la Via dello Zen si può meglio apprezzare l’arte che ne emana, e raffinare la sensibilità estetica. La via dello Zen e la Via di varie arti, in quanto “Vie” giunsero a formare una stessa Via, intesa come un percorso di coltivazione e perfezionamento di se stessi e di elevazione spirituale. Quando, con il risveglio religioso del periodo Kamakura (1185-1333) si assistette a uno slancio verso una dimensione sovramondana che non si limitava alla sfera della religione dove si perseguiva la Via del Buddha, ma che trovava sbocchi anche in altri insospettati ambienti come quello dell’arte, come per esempio la poesia. Nel campo delle arti performative, Zeami (ca. 1363-ca. 1443) nel Fūshi kaden 風姿花伝 parla di Via dell’arte del Nō, e in questo testo pone lo yūgen come ideale estetico di quest’arte.   (“Soltanto chi usa parole non volgari e ha un aspetto yūgen può essere considerato una persona che trasmette correttamente quest’arte”).

E man mano le Vie si andarono moltiplicando diventando uno degli aspetti più caratteristici della cultura giapponese, soprattutto del periodo medievale. La Via in qualsiasi forma e ambiente si manifestasse, prendeva sempre spunto dalla Via buddhista della coltivazione di se stessi, che era considerata la Via per eccellenza. Perseguire una pratica di autocoltivazione significava per prima cosa rafforzare e raffinare la propria sensibilità verso la dimensione non materiale, e in secondo luogo esplorare il proprio mondo interiore, in altre parole conoscere se stessi attraverso pratiche statiche o performative. Il mondo dell’arte si prestava in modo ottimale per questo scopo poiché la pratica di un’arte materiale conduceva a una dimensione non materiale e spirituale: il raffinamento della sensibilità estetica portava in una dimensione rarefatta attraverso un percoso pratico e impegnatuivo. La pratica del Tè, o del teatro Nō, o più staticamente la produzione poetica usavano strumenti materiali (nella poesia, oltre l’ispirazione poetica e la capacità di formulazione retorica, anche la calligrafia), per impegnarsi in una percorso che portava a una dimensione astratta. Il mondo materiale, per esempio la preparazione del tè, se vissuto con un atteggiamento spirituale, era la porta di accesso che portava alle profondità dell’animo umano. Ciò che importava non era tanto l’oggetto cui dedicarsi – che c’è di più banale e ordinario della preparazione del tè? – ma lo spirito con cui avvicinarsi e intendere tale pratica. Ciò che conta è il significato che si dà alle proprie azioni, le quali possono essere al tempo stresso banali o portare alle supreme sfere dell’elevazione spirituale, a seconda del senso che ognuno di noi, praticandole, dà loro. Non è la cosa in sè, ma è sempre l’uomo che dà il valore che sa dare alle cose, potendo fare, per esempio, di una tazza semplice e irregolare, che sembra uscita da un artigiano frettoloso, uno strumento che conduce all’illuminazione. Colui che “sa vedere” o “sa dare senso alle cose” è libero di muoversi nella dimensione materiale rendendola spirituale. Questa è la libertà dell’uomo che percorre la Via. Dare senso e significato alle cose quoditiane della nostra esistenza è il segreto della Via: preparare un tè, comporre una poesia (che era considerata nel Giappone antico una 1 “Soltanto chi usa parole non volgari e ha un aspetto yūgen può essere considerato una persona che trasmette correttamente (quest’arte).”pratica comune), fare una composizione floreale, produrre delle ceramiche, fare forma a un albero, e così via, nelle intenzioni di un uomo che ha sensibilità e profondità d’animo, diventano strumenti di una Via. Questo è uno dei grandi contributi del pensiero – in senso lato – che alcuni grandi personaggi giapponesi di quell’epoca ci hanno lasciato, cioè, l’intuizione che la quotidianità può diventare strumento di coltivazione e perfezionamento di sè. In questo caso, il raffinamento continuo delle azioni di chi esegue la pratica di un’arte, comporta per analogia, il raffinamento dello spirito attraverso l’estetizzazione degli atti concreti. Vi è una frase che condensa in poche parole questo processo: 心は形を求め、形は心を 進める “Il cuore ricerca la forma esteriore corretta, e la forma esteriore corretta corregge il cuore”, in cui si crea un collegamento diretto tra esteriorità e interiorità, in un reciproco autoinfluenzamento. Un comportamento corretto conduce a un perfezionemento interiore, e d’altra parte un atteggiamento corretto ed elevato interiore si concretizza esteriormente in un comportamento di pari livello. Ciò che siamo dentro noi stessi si manifesta all’esterno, e quello che esteriormente facciamo, o meglio, il modo in cui lo facciamo, si riflette dentro di noi e ci cambia. Esterno ed interno non sono due mondi separati: questa è la grande intuizione che dobbiamo ad artisti e praticanti dello Zen di epoca medievale: la loro eredità ha formato un nucleo consistente della cultura giapponese attraverso i secoli. Gli artisti di quest’epoca, vissero esteticamente la loro vita, anzi, fecero della loro vita un’espressione d’arte, nei loro comportamenti quotidiani in una estetizzazione suprema esteriore ed interiore, senza fratture. Il collegamento tra le varie arti e il loro diventare Vie e lo Zen fu la concezione del wabi. Essa funse da punto di contatto tra l’arte e la via dello spirito: l’arte che conduce ad una concezione estetica della vita e a raffinamento del gusto, può essere di più, ancor più profonda se ad essa diamo un valore di ideale di vita.

4. Wabi è una concezione estetica di grande eleganza e profondità, basata sulla semplicità ed essenzialità priva di elementi appariscenti e ridondanti, che propone un ideale di bellezza imperfetta, semplice, rustica, da assaporare nella calma e nel silenzio. Tipicamente sono gli oggetti usati nella pratica del Tè: tazze ruvide, scarsamente rifinite, irregolari, coperte dalla patina del tempo e dell’uso e dai colori scuri o neutri. Il termine wabi letteralmente significa “soffrire, essere triste e solitario”, intendendo trasformare l’idea di “insufficienza, mancanza, povertà, desolazione” in un ideale estetico in cui si passa dall’insoddisfazione per quanto manca o è insufficiente a una capacità di apprezzare ciò che è semplice, austero e povero, in quanto espressione di grande profondità e purezza. In altre parole, l’ideale del wabi è quello di apprezzare la vera semplicità ed essenzialità considerando che queste qualità non ottundono i sensi e giungono nel profondo dell’animo umano. Ciò che non colpisce i sensi, colpisce il cuore, e la sensibilità del cuore è molto più sottile e pregnante di quella dei sensi fisici. Si tratta di una concezione estetica di grande raffinatezza e spiritualità che si radica in ambito Zen dove i principi del wabi sono perseguiti nella pratica che porta all’acquietamento della mente. Wabi è la bellezza della povertà: non una povertà misera, sofferente, ma una povertà voluta, ricercata, oggetto di apprezzamento estetico (e spirituale). Rappresenta il distacco dalle cose, l’abbandono dell’attacamento, supremo ostacolo sulla via dell’illuminazione. Un’altra caratteristica della bellezza del wabi è l’imperfezione e l’irregolarità. Ciò che è imperfetto è più attraente del perfetto. Una famosa frase giapponese dice: Bi wa ranchō ni ari, 美は乱調にあり cioè “la bellezza sta nell’imperfetto”. Le tazze raku sono imperfette: non esattamente rotonde, a volte asimmetriche, o anche sbilanciate, con evidenti segni di vetustà e di prolungato uso e sembrano uscite dalle mani di un ceramista frettoloso. Ciò che è perfetto è poco interessante, è noioso, anche banale. Nello Tsurezuregura, opera della prima metà del XIV secolo, si dice: “Un’opera artigianale di alto livello dev’essere fatta con una lama un poco affilata”. Tuttavia, l’imperfezione, così ostentatamente dichiarata fonte di bellezza, va ricollocata nel suo ambito: essa risalta, e quindi attrae, quando è ricercata e voluta; quando è frutto di studio ed esprime nelle sue forme la passione e le sofferenze del vissuto. Ciò che è vivo e ha una storia, quello che il tempo ha reso consunto, mostra nella sua imperfezione una intensità che non può esserci in quello che è perfetto, completo, nuovo, intatto. Così come un bonsai contorto esprime la lotta per la sopravvivenza in un ambiente ostile e mostra la sua forza vitale proprio con la sua forma imperfetta, e proprio per questo è apprezzato, allo stesso modo un oggetto dalle forme imperfette può esprimere il fascino del vissuto. In entrambi i casi, questa imperfezione formale è il massimo raggiungimento dell’artista, oltre e più in alto della perfezione: un punto ideale che si può raggiungere non solo con l’abiltà tecnica, ma oltre essa, con l’esperienza della vita vissuta e resa arte. L’arte invece di essere bellezza dell’armonia, diventa bellezza della disarmonia, del movimento, della dinamicità, ma soprattutto della naturalità delle cose. Diversamente dai giardini rinascimentali all’italiana in cui l’uomo razionalizza nelle forme la natura dominandola, in Giappone i giardini delle chashitsu, la capanna dove si svolge la cerimonia del tè, – così come anche gli altri – riproducono la natura nella sua “disordinata armonia”. Sono curati all’estremo, e dietro di essi c’è sicuramente la mano dell’uomo, che però non traspare. E’ una bellezza della perfezione dell’imperfezione. La mano dell’uomo tende sempre al massimo della perfezione, soprattutto nella sua impresa più difficile, quella di rendere perfetta l’imperfezione. Per esaltare le qualità naturali, o creare degli oggetti che non siano espressione della banale perfezione razionale, è necessaria una grande abilità sostenuta da una raffinata sensibilità estetica. E’ soprattutto necessario vedere le cose dal loro interno, piuttosto che obiettivamente dall’esterno. La visione dall’esterno è quella dell’uomo razionale che misura, calcola e giudica, mentre quella dall’interno è la visione di cui si indentifica con le cose e la natura e da dentro le plasma e dà loro la forma che intrinsecamente già hanno. Mentre la pefezione è fredda (“la bellezza è frigida” disse Parise), la perfezione dell’imperfezione esalta la personalità, la diversità, i tratti peculiari, e rende l’opera d’arte unica, affascinante e coinvolgente. L’esaltazione delle caratteristiche peculiari (le imperfezioni, le deviazioni dallo standard) sono il “sale” dell’opera, nel senso che aggiungono sapore e ne esaltano i tratti peculiari. Allora, l’opera, sia essa un bonsai o altro, diventa inimitabile… Infine, l’ultima caratteristica del wabi è quella di esprimere una bellezza tranquilla e austera, da assaporarsi nella calma. La luna notturna, costante tema poetico, è apprezzata non tanto nella notte serena quando brilla in forma perfettamente tonda, ma quando le nubi in parte la coprono. E’ una bellezza non appariscente, ma modesta, e spesso non considerata. Tutti possono apprezzare un albero in fiore, ma pochi hanno la sensibilità di sentirsi attratti da ciò che ci cade sotto gli occhi ogni giorno e cui facciamo poco caso.

5. Nel Buddhismo, dimenticare il proprio sè riguarda l’uso dell’attenzione che va distolta dalla propria persona e rivolta verso l’esterno, su un oggetto concreto, o un’azione, oppure diffusa e non focalizzata su nulla. L’attenzione, cioè il fuoco dell’attenzione e dell’interesse, va deviato dal sè, e questo è l’importante, altrimenti invece di dimenticare si finisce solo per rafforzare la propria interiorità. Nella vita quotidiana, l’attenzione va rivolta su quello che si sta facendo. In questo modo, concentrandosi profondamente sull’attività in corso, si “dimendica se stessi”. Questa “tecnica” è di fatto molto potente e viene applicata in molte Vie spirituali, sebbene per ognuna declinata diversamente. Così nella Via del Tè, la concentrazione sull’attività della preparazione della bevanda, sui singoli gesti e sugli oggetti usati è una pratica volta alla dimenticanza di sè. Nel bonsai è la concentrazione sul lavoro di formazione della pianta. Lo stato di assorbimento nell’azione (o nell’attenzione statica diffusa) è detto nel Buddhismo samadhi 三昧 (in giapp. zanmai), una parola sanscrita che nell’Induismo, Buddhismo, yoga e altre religioni nate in India sta a indicare uno stato di intensa concentrazione e assorbimento. Quindi, uno stato mentale di non dualismo, in cui tutto il proprio essere, la propria coscienza diventa una sola cosa con l’oggetto dell’attenzione. In questo stato cade la dualità tra sè e il mondo esterno (nell’attenzione diffusa), o tra sè e l’oggetto dell’attenzione (nell’attenzione concentrata), e in entrambi i casi viene meno la costante egocentricità dello stato ordinario. Quando si parla, nello Zen, così come nelle altre Vie che ad esso si ispirano, di “vuoto mentale” non si intende una mente vuota, senza pensieri. Questo non è possibile in una mente umana, se non per brevissimi istanti. Piuttosto si intende una “mente che non trattiene”, vuota come lo è lo specchio la cui natura fondamentale rimane sempre pura. Nello Zen, sedersi è lasciare che la mente si purifichi. Quando il torrente fluisce impetuoso porta con sè molte sporcizie che galleggiano sulla superfice, ma quando giunge al lago, il flusso si ferma e lo sporco scende naturalmente sul fondo. Allo stesso modo la mente agitata porta con sè le contaminazioni, ma fermandosi le lascia cadere: per questo nello zazen ci si pone in uno stato di quiete fisica e mentale e di silenzio fisico e mentale. Questo si dice mokuza chōshin 黙座澄心 “sedersi in silenzio e lasciare che il kokoro si purifichi. La pratica della Via, sia essa dello Zen, o di una Via di tipo artistico come la cha no yu, (o il bonsai) ha l’obiettivo della “purificazione del cuore/mente” attraverso una pratica statica come lo zazen o una pratica dinamica come l’azione su una pianta. La trasformazione del cuore/mente, il kokoro, che potremmo chiamare la disposizione interiore che comprende sia la mente sia il cuore, cioè la sfera sentimentale e psicologica, è l’obiettivo della Via: liberarlo dalle sue costrizioni che sono causa della sofferenza e del turbamento. Il kokoro pacificato, libero, equanime, non più preda degli attaccamenti si trova nella pratica costante e dedicata dell’abbandono del proprio sè, nella rinuncia al proprio egoismo, nella pratica del lasciar cadere. In Maigetsushō, il suo famoso trattato poetico, il letterato Teika dice: “(Piuttosto), purificando profondamente il proprio cuore (kokoro wo sumashite 心を澄まして), e portando la coscienza ad un alto livello di concentrazione…, allora qualche volta si riesce a comporre (vera) poesia.” E per comporre vera poesia “è buona regola prima purificare il cuore.” Quando il cuore si annebbia o nel cuore non c’è chiarezza, allora la poesia non sgorga limpida. Illuminazione e ispirazione poetica nascono entrambi da un cuore non offuscato, un cuore purificato, in cui trovano il loro momento di sintesi e motivano il kadō butsudō ichinyokan 歌道仏道一如観 “visione della uguaglianza tra Via della poesia e Via buddhista”. Ciò che permise una lettura spirituale dell’arte fu il concetto insito nel suki, cioè quello secondo cui un appassionato di arte e di oggetti raffinati, una persona che insomma perseguiva l’ideale estetico in modo profondo e di totale coinvolgimento, in maniera quasi ascetica, era assimilabile, o quanto meno avvicinabile a colui che con tutto se stesso perseguiva la Via della ricerca spirituale. In definitiva, dedicare tutto se stessi alla ricerca della raffinatezza e dell’eleganza non era così distante dal dedicare tutto se stessi alla Via buddhista. L’arte, per il sukisha, la persona del suki, non era la ricerca del piacere momentaneo, nè distrazione dagli affanni quotidiani, ma era l’impegno totale nella ricerca e nel perseguimento di ciò che poteva portare l’essere umano ad un più alto grado di realizzazione. Agli occhi del sukisha, un oggetto prezioso, una poesia di grande profondità, una elevata performance del Tè, un bonsai di grande fattura erano visti per la loro capacità di elevare lo spirito umano e renderlo puro. La pratica di un’arte, in questa prospettiva, non differiva da una pratica che aveva come obiettivo la purificazione del cuore e della mente. Kamo no Chōmei (1155 ca.-1216) nel testo di edificazione buddhista Hosshinshū (1215) nel capitolo intitolato “L’essenza del suki” afferma:“In particolare, quello che chiamiamo suki consiste nel non amare di intrattenere rapporti con le altre persone, nel non preoccuparsi se la propria persona diviene poco considerata, nel provare sensibilità allo sbocciare e al cadere dei fiori, nell’apprezzare il sorgere e il calare della luna, nel purificare sempre il kokoro, e nel non farsi contaminare delle impurità del mondo. Così facendo, in modo naturale, si prende coscienza del principuio dell’impermanenza, e si perde l’attaccamento per la fama. Questa è la porta che conduce alla liberazione dalle passioni. (”Hosshinshū, capitolo 6-9″).

La qualità vera del wabi è quella che comporta un atteggiamento di distacco, di ritiro e di calma mentale.

6. Per concludere…. Il bonsai può essere una Via? Può portare al perfezionamento spirituale? Alla calma della mente? All’apprezzamento del wabi? Può diventare un ideale di vita? E’ yūgei o geidō? Qual è lo scopo per il quale voi tutti praticate il bonsai? Rilassamento, divertimento, svago, interesse, passione, curiosità, passatempo, amore per il bello? Da qualunque di queste motivazioni, si può fare un salto di qualità e fare del bonsai una Via di perfezionamento spirituale? 2 Hosshinshū, capitolo 6-9.Forse nessuno pensa che la pratica del bonsai possa portare all’illuminazione, ma tutti voi sapete bene che quando vi dedicate con anima e corpo alla cura del vostro bonsai, dimenticate le preoccupazioni, gli affanni e siete in uno stato di assorbimento: dediti unicamente a quello che state facendo. Bene, questo è samadhi! La vostra mente in quei momenti è limpida, pura, vuota… e non è questo il primo stadio della Via spirituale? Non pensate che il vostro desiderio di fare un bonsai bello non sgorghi dal desiderio di diventare allo stesso modo anche voi “belli” dentro? La vostra opera del bonsai non riflette forse voi stessi? E dunque, il bonsai è yūgei, divertimento, passatempo, ma in qualche misura anche geidō, “Via del bonsai”.